Per molto tempo le società occidentali hanno vissuto dentro una convinzione profonda: la crescita economica, pur con crisi cicliche, avrebbe continuato a garantire stabilità, benessere e pace. Oggi quella convinzione si sta sgretolando. Le economie avanzate crescono lentamente, il lavoro è più instabile, il debito pubblico pesa come non mai e la fiducia nel futuro si assottiglia. In questo contesto, il ritorno della guerra nel discorso politico non è un incidente, ma un sintomo.
Quando un sistema economico rallenta in modo strutturale, le tensioni non restano confinate ai grafici. Si traducono in insicurezza sociale, polarizzazione politica e ricerca di soluzioni rapide. Gli strumenti tradizionali — welfare, investimenti civili, politiche redistributive — richiedono tempo e risorse che molti Stati oggi non hanno. La spesa militare, al contrario, è immediata, giustificabile e difficilmente contestabile: la sicurezza viene prima di tutto.
Negli ultimi anni il settore militare è tornato a essere visto come un motore di crescita implicito. Produzione industriale, ricerca tecnologica, occupazione qualificata: il riarmo offre risultati misurabili in tempi brevi. In un’economia che fatica a reinventarsi, la prospettiva di una tensione permanente sostiene interi comparti produttivi.
A questo si aggiunge un altro fattore decisivo: la questione delle risorse. Per decenni l’Occidente ha dato per scontato l’accesso a energia, materie prime e componenti tecnologici grazie al mercato globale. Oggi dipendere da pochi Paesi per gas, petrolio, terre rare o semiconduttori non è più visto come un problema economico, ma come una vulnerabilità strategica.
Il mercato globale viene ormai interpretato come uno spazio di conflitto. Sanzioni, controlli alle esportazioni e restrizioni tecnologiche hanno trasformato l’economia in un campo di pressione politica permanente. Ogni catena di approvvigionamento diventa una possibile arma.
Sul fondo di tutto questo c’è una paura più ampia: il timore del declino. Le società occidentali invecchiano, crescono meno e vedono emergere nuovi centri di potere economico e politico. Questa perdita di centralità genera una reazione difensiva.
Nel frattempo, il linguaggio della guerra si è normalizzato. Nei media e nel dibattito pubblico il conflitto viene spesso descritto come inevitabile, tecnico, quasi amministrativo.
Infine, pesa una responsabilità storica: la pace è stata trattata come un’eredità automatica, non come un progetto politico da rinnovare. In assenza di una visione forte di cooperazione e diplomazia, la guerra rientra nel campo delle possibilità.
Fonti:
– Fondo Monetario Internazionale (FMI), World Economic Outlook
– OCSE, Economic Outlook e Productivity Reports
– Agenzia Internazionale dell’Energia (IEA), World Energy Outlook
– Commissione Europea, Critical Raw Materials Act
